La sanità trentina è priva di visione.

A certificarlo è stato lo stesso ex direttore generale dell’APSS, Paolo Bordon. La Giunta leghista, in questi due anni, ha emanato solo sporadiche direttive, senza una visione complessiva del sistema salute.

Ultime in ordine temporale, la soppressione dell’Osservatorio per la salute, con il venir meno della sua indipendenza nella fondamentale funzione di monitoraggio dello stato di salute della popolazione e degli esiti dei servizi sanitari erogati, e la proposta di mettere la direzione sanitaria della RSA in capo ad APSS.

Chi governa la sanità sta prendendo decisioni senza aprire un confronto politico ampio, più per cercare di dare risposte immediate (sempre che lo siano) e di facciata ai problemi che emergono, che per attuare progetti che diano gambe a una visione complessiva di salute.

Una Politica che abdica al suo ruolo di governance, che procede con interventi estemporanei e improvvisati, rischia di condannare il sistema sanitario trentino all’implosione.

L’emergenza Covid-19, poi, ha complicato ulteriormente la lettura che la Giunta (non) riesce a dare dei bisogni di salute della popolazione.

È così che, ad esempio, la difficoltà di gestione della pandemia nelle RSA viene interpretata, non come il risultato di una mancanza di attenzione e di investimenti degli ultimi anni rivolti al rapido e progressivo modificarsi dei bisogni di salute della popolazione che vive in RSA, ma semplicemente come un problema di leadership sanitaria, da risolvere spostandola in capo ad APSS. Intervento magari utile, ma certamente non sufficiente e risolutivo in sé.

Riformare l’assistenza sanitaria nelle RSA con un colpo di mano non è dare loro l’attenzione che meritano. È mettere una pezza rispetto a un tardivo coordinamento dell’emergenza.

È voler sottolineare ancora, tra le righe, che la responsabilità di quanto accaduto nelle RSA sia delle singole strutture.

Le RSA hanno bisogno, invece, di un ripensamento complessivo, di progetti condivisi con chi le amministra, con chi ci lavora, con chi ci abita e con i loro familiari.

Vanno ripensate perché si trovano a gestire un livello di complessità che si concentra solo lì. Va adeguata la quantità e la qualità di assistenza medica e infermieristica, non basta solo cambiare chi le governa.

Servono più risorse umane, sulle quali investire in formazione, cercando di trattenerle rendendo le RSA più attrattive. Bisogna rinnovare le strutture, spesso inadeguate per assistere residenti sempre più complessi. Vanno maggiormente stratificati i loro bisogni per dare risposte più mirate.

E poi, certamente, serve una supervisione più stretta da parte dell’assessorato, che vada oltre i periodici accreditamenti istituzionali, e che veda rafforzata l’integrazione con l’APSS, con il dipartimento di Igiene e quello per l’integrazione socio-sanitaria.

Serve un grande investimento di pensiero e di risorse.

Se si allarga l’orizzonte, poi, partendo dai dati demografici, si capisce immediatamente che il tema dell’invecchiamento sia uno dei grandi cambiamenti che vanno affrontati con un approccio sistemico, non limitandosi alla questione delle RSA.

Le proiezioni demografiche, in assenza di ipotesi migratorie sostanziali, vedono nei prossimi trent’anni – tempo a cui dovrebbe guardare la Politica – la popolazione trentina ultrasessantacinquenne arrivare oltre il 27% e quella ultraottantenne quasi al 12% della popolazione totale.

Il tutto a fronte di un indice di carico sociale delle persone anziane che esploderà, passando dagli attuali 33 ultrasessantacinquenni ogni 100 persone in età lavorativa a 46 ogni 100 nel 2050, con tutti i problemi di sostenibilità del sistema di welfare che questo comporterà.

Per questo l’invecchiamento della popolazione è un problema prioritario, che va gestito ragionando a 360 gradi, a partire dagli investimenti in prevenzione, qualità della vita e dell’ambiente, sino ad arrivare all’auspicabile e necessaria integrazione dei migranti.

Anche pensando agli interventi di settore, non si può gestire il tema degli anziani semplicemente garantendo un accesso prioritario e integrato ai servizi socio-sanitari (come previsto da “Spazio argento”, che comunque ancora fatica a decollare), se poi, alla rapida presa in carico dei bisogni, non corrispondono risposte altrettanto rapide e appropriate.

Per questo serve ripensarle, ampliando il ventaglio dell’offerta, stratificando maggiormente i bisogni, integrando maggiormente le diverse figure professionali, il sociale e il sanitario, l’ospedale e il territorio, cercando di rispondere maggiormente con i servizi riabilitativi, semiresidenziali e soprattutto domiciliari, implementando e valorizzando la nascente figura dell’infermiere di comunità.

Per avere una popolazione anziana meno comorbida e con meno dipendenza funzionale (che possa restare a domicilio o accedere a servizi semiresidenziali, piuttosto che alle RSA) serve innanzitutto investire in prevenzione e in invecchiamento attivo, come prevede il Piano provinciale per la salute 2015-2025.

In questo anche i comuni possono giocare la loro parte, in collaborazione con la Provincia e il terzo settore. Serve in sostanza un grande piano welfare anziani che guardi al futuro del nostro territorio e soprattutto alla qualità di vita dei nostri vecchi. E serve farlo guardando al lungo periodo e non, come sta facendo chi ci governa oggi, con colpi di mano per il semplice tornaconto elettorale.

Paolo Zanella, candidato al Consiglio comunale di Trento con Trento Futura

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