È veramente tutta colpa del Reddito di Cittadinanza?

Dic 2, 2022 | Futura Rovereto, La voce di Futura, Lavoro, sviluppo e dignità, News, Pasquale Del Prete

Contributo pubblicato su il T Quotidiano del 1 dicembre 2022.

In settori come turismo e agricoltura i più tanti hanno individuato tra le cause della mancanza di manodopera, il Reddito di Cittadinanza, -nato come misura fondamentale di politica attiva del lavoro, con il dichiarato intento di incentivare l’assunzione di lavoratori giovani, – rivelatosi sembra, disfunzionale rispetto all’obiettivo prefissato in origine. Secondo un’analisi condotta dall’INPS su cento soggetti beneficiari, esclusi i minorenni, disabili e altri, quelli teoricamente occupabili erano 60: di questi, 15 non sono mai stati occupati, 25 hanno una posizione contributiva ma non recente e 20 sono ready to work vale a dire che hanno una posizione contributiva recente, in molti casi Naspi e part-time.

Sempre l’INPS nel 2021 dichiarava che i due terzi degli allora 3,7 milioni di beneficiari non risultavano presenti negli archivi INPS per quel che riguarda gli estratti contributivi degli anni 2018 e 2019, cioè non avevano avuto nessun rapporto di lavoro nei due anni precedenti. Pertanto, invece di ragionare su un fenomeno estremamente complesso si preferisce denunciare gli effetti distorsivi generati sembra, da generose politiche di sussidio come appunto è il reddito di cittadinanza.

Ma ancora, il report dell’Osservatorio dell’Inps chiarisce che nel 2021 sono state prodotte 920 mila assunzioni a carattere di stagionalità, ossia 263 mila in più del 2020, 187 mila in più del 2019 e 260 mila in più nel 2018, quando non c’era il reddito di cittadinanza. Dunque il vero punto nei comparti dei servizi, turismo-commercio si scontra con il tema del mismatch, ossia la difficoltà di reperimento del personale e di un mercato del lavoro asimmetrico e caratterizzato da lacune informative.

In sostanza il problema dipende da una scarsa formazione e professionalizzazione dei lavoratori rispetto alle attuali esigenze. Si tenga, altresì, in debito conto che la denunciata carenza di personale viene attualmente affrontata in via emergenziale, ma palesa un orizzonte temporale molto più lungo di quello in corso; il dramma dell’occupazione estiva comprende anche il dimezzamento degli iscritti negli istituti scolastici che formano camerieri e cuochi, passati da 60 mila a 30 mila in 5 anni. Di più: solo il 20 per cento dei diplomati all’alberghiero resta nel comparto.

A questo va sicuramente aggiunta una certa irregolarità in merito alla sicurezza sul lavoro, la presenza di forme spurie di cooperative, orari di lavoro fuori controllo, e illecita somministrazione di manodopera. Ma, i dati evidenziano anche, come il lavoro nel turismo sia il più precario: il 41% dei lavoratori rispetto al 22% del totale dell’economia nazionale; così come e preponderante l’incidenza della stagionalità, il 14% rispetto al 2% nazionale.

Ma questo dato di precarietà e instabilità contrattuale mette in rilievo un altro aspetto: il 55% dei lavoratori sono a chiamata; come pure risultano essere inferiori i dati sui contratti a tempo indeterminato, che rappresentano il 59% rispetto all’89% del totale dell’economia. A tutto ciò si aggiungono le basse retribuzioni (nel turismo sono pari ai due terzi del totale dell’economia), l’orario di lavoro ridotto (il 54% di part-time rispetto al 29% del totale dell’economia) e la dequalificazione professionale (82% di qualifiche operaie rispetto al 53 % del totale dell’economia). Come pure, merita una riflessione il tema della proliferazione nei settori in questione dei contratti pirata, che producono dumping contrattuale.

Anche il settore dell’agricoltura sta registrando un disallineamento tra l’offerta di occupazione, soprattutto stagionale, e la forza lavoro. C’è da dire, che uno degli aspetti qualificanti della Politica agricola comune, vede nella “condizionalità sociale” la parte più innovativa di questa riforma, che si dota di una propria dimensione sociale che potrà contribuire in futuro a garantire la qualificazione in chiave etica dell’erogazione delle risorse pubbliche a sostegno delle aziende agricole. Si afferma in tal senso il principio che le aziende che non rispettino i contratti e la legislazione in materia di condizioni di lavoro non potranno più ricevere gli aiuti comunitari. In Italia si ritorna a parlare di vaucher nel settore agricolo. Parrebbe, quindi, che il reddito di cittadinanza di cui l’Italia è stata l’ultima a dotarsi non abbia nessuna o scarsa responsabilità, nel non agevolare l’inserimento professionale dei disoccupati, ma che i problemi vanno visti in un quadro d’insieme, mettendo tutto sullo stesso piano senza tacere o marginalizzare gli altri aspetti lavorativi.

Pasquale Del Prete

Componente Direttivo Provinciale e del Coordinamento di Futura di Rovereto.

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