Tra la militanza e l’amicizia

Dic 7, 2021 | La voce di Futura, Luoghi futuribili, News, Partecipazione e comunità, Visioni

Editoriale di Emanuele Pastorino: 

La regola delle quarantotto ore è il lato chiaro del silenzio. Dice che, con l’emersione di una notizia o di un’opinione bisognerebbe aspettare almeno quarantotto ore prima di rispondere. Lo scopo è chiaro: lasciar depositare il pulviscolo, il rumore che una notizia genera. Quel silenzio è un tempo minimo di protezione, per sé stessə e per il dibattito pubblico, uno strumento per riflettere e rispondere.
Diverso è il silenzio di cui ha scritto Bruno Dorigatti su questo giornale. Non è uno spazio di riflessione ma la conseguenza principale del rumore a cui i partiti e i soggetti politici tradizionali faticano enormemente a sottrarsi. È un fraintendimento: la costruzione collettiva viene sostituita dalla reazione costante e l’effetto è l’assenza di tempo per costruire visioni. E questo genera debolezza, che diventa silenzio e immobilismo. E da qui lo scollamento tra dentro e fuori i partiti.
Partendo da sinistra, le sigle che ancora esistono non hanno che la forza di un po’ di reduci, trasversali per generazioni ma che non generano mobilitazione; Futura soffre di una fragilità analoga, faticando a costruire una comunità solida, capace di rilanciare riflessioni ampie e azioni puntuali; il PD mantiene delle comunità attive ma sempre più diradate e fatica ad offrire prospettive più ampie (le Agorà di questi giorni, ad esempio, non sembrano descrivere futuri ma esaminano passati e sono, tendenzialmente, silenziose nel dibattito pubblico); il centro o corrisponde alla libellula di cui scrive Dorigatti o (ri)propone una ricetta che non lascia spazio al confronto, ad essere contraddetta o discussa, basata su mondi che non tengono più.

La disaffezione con cui la mia generazione – i Millenials – e quelle che vengono e verranno dopo – GenZ e Alpha – guardano alla politica praticata nasce da qui. Una disaffezione che non è una nostra responsabilità: dire “i giovani non si impegnano” è una scusa, una consolazione, sintomo della difficoltà degli adulti di dirsi tali. Una disaffezione che non possiamo superare se non cambiando in modo radicale le basi della nostra azione comune.
Non linee di partito ma generosità e condivisione. Non la rigida adesione ad un simbolo ma la costruzione di una visione collettiva. Non sono convinto dello schema in cui è la società a chiedere alla politica un’azione, in un meccanismo di delega perfetta. Quella direzione unilaterale esiste ancora? O forse è arrivato il momento di riconoscere che i partiti agiscono dentro le comunità nel modo e con la forza con cui agiscono imprese, associazioni, cooperative, comitati e gruppi informali e quindi serve trovare metodi nuovi per abitarli e rafforzarli?

Al silenzio che Dorigatti denuncia si affianca e intreccia un brusio presente, persistente e puntiforme di realtà e persone che ovunque agiscono per costruire scenari diversi.
Parlo delle movimentazioni, forse più evidenti a Trento o a Rovereto, generate daə universitarə e dall’interazione – a volte costruttiva, altre meno – con altre fette di popolazione. Parlo delle Pro Loco, oggi ripopolate nelle nostre Valli da ragazzə di generazioni diversissime e delle consulte giovanili, realtà più o meno strutturate che, da Luserna a Novella, da Vallelaghi a Pergine animano, inventano, smuovono le cose. Fanno Politica, fanno politiche.
Parlo anche dei gruppi, delle cooperative e delle associazioni che fanno fronte alle fragilità che sconvolgono il nostro territorio, con un’intensità a cui le strutture dell’Autonomia faticano a star dietro: le povertà, stralciate solo dal vocabolario ISPAT e non dalle vite vissute; la casa, bisogno comune e collettivo; il cibo e l’ambiente, temi intrecciati e che guardano alle nostre prospettive comuni di sviluppo.
A questi temi si legano quelli che segnala Dorigatti, che mostrano anche di più l’assottigliamento dei contorni della capacità di rappresentanza dei partiti.

Certo, manca il filo rosso. Abbiamo valori condivisi ed è fondamentale, ma non abbiamo elaborato un piano, più piani, che facciano stare assieme le singole risposte alle singole questioni. L’esito di questa mancanza è una certa nevrosi. Sarà la crisi generale, la pandemia o lo spirito del tempo ma la fatica si moltiplica.
Per questo dobbiamo fidarci delle relazioni che ci sono: se non sarà la militanza a determinare la politica del prossimo futuro lo tornerà a fare l’amicizia.
Anzi, l’essere compagnə: Rossana Rossanda descriveva la bellezza del “dirsi compagni […] che è qualcosa di simile e diverso da amici. Amici è una cosa più interiore, compagni è anche la proiezione pubblica e civile, in cui si può anche non essere amici ma si conviene di lavorare assieme”.
Per uscire dal silenzio bisogna cambiare il modo di intendere il fare politica: non (solo) militanza ma una mobilitazione permanente, fatta di relazioni che vanno curate con attenzione. Temi, questi, che prescindono dai territori e anche dalle generazioni ma che riguardano il bisogno di riconoscimento reciproco, di generosità, di amicizia, di pratica collettiva.

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