Bene che anche in Trentino arrivino le Case della Salute e gli Ospedali di Comunità. Questi ultimi – senza presidi dedicati – avevano già preso un parziale avvio con l’istituzione delle cure intermedie, ponte tra ospedale e territorio.

Da tempo sosteniamo – e lo ho ribadito in Consiglio provinciale più volte, anche parlando di Spazio Argento – la necessità di potenziare il territorio con strutture come le Case della Comunità (o della Salute) che in altre regioni ci sono già e che integrano e rendono facilmente accessibile alla cittadinanza i servizi sanitari e sociali. Dove trovano spazio la medicina di base e gli infermieri di comunità, la cure primarie, i consultori, i servizi di salute mentale, la medicina ambulatoriale specialistica e i servizi sociali.

Così come sosteniamo da tempo la necessità di posti di cure intermedie coerenti con le funzioni degli Ospedali di comunità – anche negli ospedali di valle, per gestire la fase post acuta e preparare le dimissioni raccordandosi coi servizi domiciliari, ma anche per accogliere dal territorio pazienti cronici con minime riacutizzazione che non si riescono a gestire a casa, senza ricorrere a ricoveri impropri in ospedali per acuti.

C’è però un problema enorme che mina questa riorganizzazione e che è sotto gli occhi di tutti: potenziare la rete di assistenza territoriale necessita di molto personale, che ad oggi non c’è. Ecco perché gli sforzi dovrebbero essere tutti rivolti nella direzione di recuperarne e formarne in tempi brevi.

Per recuperare personale non si può che rivedere l’attuale organizzazione per efficientare – almeno temporaneamente – quei servizi dove mancano specialisti, a partire dai punti nascita e dai reparti di psichiatria, facendo un patto chiaro con la cittadinanza che metta al centro l’appropriatezza dei servizi per acuti, al fine di poter migliorare quelli di prossimità. Sul fronte della formazione, bene le borse di studio in più per le specialità, ma serve accelerare la clinicizzazione dell’ospedale per partire con le Scuole di specialità dell’Università di Trento , senza attendere ancora quattro anni che si laureino i primi studenti della Scuola di Medicina. Inoltre servirebbero vincoli maggiori di permanenza sul territorio per chi accede alle borse di specialità provinciali.

Vanno poi assegnati in tempi brevi spazi adeguati e personale per la formazione delle professioni sanitarie – in primis gli infermieri – che oggi, con il necessario aumento dei numeri ingresso previsto e probabilmente da calibrare ulteriormente al rialzo, al CTE risultano insufficienti. Serve un patto formativo con i professionisti, perché verrà chiesto loro un impegno importante per affiancare i colleghi in formazione, ma è uno sforzo necessario per uscire da questa emergenza.

In sostanza servono più investimenti economici in formazione dei professionisti da parte della Provincia, se non si vuole trovarsi con un’infrastruttura – le Case e gli Ospedali della Comunità – senza nessuno che vi eroghi i servizi.

Paolo Zanella

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