Trento e una sanità al passo con i tempi

Set 18, 2020 | Comunali 2020, Futura Trento, La voce di Futura, News, Paolo Zanella, Salute per tutti/e, Trento 2020

Lettera di Paolo Zanella e pubblicata sul Trentino del 18 settembre 2020.

In questa campagna elettorale, di salute si è parlato poco e quasi esclusivamente riferendosi alla pandemia in corso.

È vero che la competenza è provinciale, ma il Comune dovrà intavolare un dialogo istituzionale con la Provincia sul tema, perché rimane di fatto il primo responsabile della salute dei cittadini.

Senza contare che da esso dipendono le politiche sociali, che sul suo territorio sorge l’ospedale di riferimento provinciale e che è in città che emergono una serie di bisogni peculiari, determinati da reti sociali primarie sempre più fragili, dal concentrarsi di diverse marginalità, da quartieri molto variegati per composizione socio-economica.

In questi anni molte realtà del nostro paese hanno sperimentato modelli innovativi per fronteggiare un quadro socio demografico ed epidemiologico mutato, caratterizzato da una prevalenza di popolazione anziana, da sempre maggiori diseguaglianze e dal prevalere di malattie cronico-degenerative.

Ecco allora alcune proposte e qualche riflessione sui temi sanitari che riguardano la città.

Innanzitutto l’integrazione socio-sanitaria, che va realizzata in modo strutturale.

Oggi a Trento sono presenti decine e decine di studi di medici di base, dieci ambulatori infermieristici, cinque poli sociali e una centrale per le cure primarie.

In questo modo è difficile realizzare una reale integrazione.

Se l’obiettivo deve essere la continuità tra ospedale e territorio, l’integrazione tra sanitario e socio assistenziale servono spazi che permettano un lavoro interprofessionale e che diano risposte complessive alla popolazione.

Il modello di riferimento è quello delle “Case della salute” dell’Emilia Romagna, strutture dislocate sul territorio con un bacino di utenza tra le 15000 e le 30000 persone, che vedono la compresenza di alcuni medici di base e pediatri, infermieri, assistenti sociali, ostetriche, fisioterapisti, medici specialisti e figure del terzo settore.

Se anche a Trento vi fossero almeno quattro poli di questo tipo, si potrebbe rispondere in modo integrato e con maggiore prossimità ai bisogni di salute dei cittadini.

Dove sono state implementate le “Case della salute”, sono calati gli accessi con codice bianco nei pronto soccorso, è aumentata la soddisfazione dell’utenza ed è migliorata la coesione sociale.

Poi la medicina di comunità, da rilanciare dopo  che il CoViD-19 ne ha messo in luce tutte le fragilità.

A partire dalle attività preventive delle “Case della salute”, per arrivare nei quartieri più problematici dove disagio sociale e povertà influenzano direttamente lo stato di salute, la medicina di comunità deve riappropriarsi del proprio ruolo preventivo, proattivo e generativo.

In questa partita molto ci insegna il modello delle microaree di Trieste, da attuare su zone specifiche della città per radicare i servizi per la salute nei luoghi della socialità: quartieri, piazze, case.

Anche in questo caso con interventi integrati, ma di ancor maggiore prossimità, che vedano in prima linea anche il terzo settore e finalizzati a sviluppare welfare di comunità.

La nuova figura dell’infermiere di famiglia e comunità, nata col decreto Rilancio, dovrà giocare un ruolo chiave in questa partita.

Poi ancora le RSA, che hanno mostrato tutta la loro fragilità durante la pandemia.

Andranno necessariamente ripensate e affiancate da forme di assistenza più “leggere”, dal silver cohousing a forme di residenzialità alternativa (come il “Paese ritrovato” per persone con demenza, sperimentato a Monza).

RSA ripensate nelle dimensioni, per garantire un rapporto residenti/personale adeguato a cure più sicure e più umane. Ripensate nelle competenze sanitarie, perché nelle RSA si concentra la popolazione clinicamente più fragile e vanno fornite risposte all’altezza.

Infine due parole sul NOT.

La pandemia ha messo in luce nuove esigenze, in primis quella di dotarsi di organizzazioni modulari pronte a rispondere rapidamente a quadri epidemiologici in rapida mutazione.

Sarà fondamentale, inoltre, ricalibrare la dotazione di posti letto tenendo conto, da una parte dell’evoluzione demografica della popolazione, e dall’altra della reale capacità di prevenire e trattare sul territorio.

Se vogliamo, inoltre, che l’integrazione interprofessionale diventi un modello a vantaggio dell’utenza, il futuro polo bio-medico, dovrà necessariamente assorbire al suo interno, oltre alla Scuola di Medicina, anche il Polo delle professioni sanitarie e il CIBIO e non potrà collocarsi distante dalle altre facoltà della città, prima tra tutte il Dipartimento di sociologia e ricerca sociale dove si formano gli e le assistenti sociali.

Collocarlo vicino al NOT, creerebbe di fatto un terzo polo universitario, con studenti lontani dai servizi e dalla vita universitaria che è fattore di confronto e crescita umana e professionale.

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