Editoriale scritto da Sara Hejazi e pubblicato sul Corriere del Trentino, il 15 agosto 2020.

Qualche settimana fa la polizia locale ha fermato davanti alla stazione un gruppo di ragazzini e ragazzine di circa quindici anni. Motivo ufficiale: controllo di routine sul distanziamento sociale.

Si trattava di un gruppo eterogeneo o “super diverso”, come sempre più lo sono i gruppi di ragazzi nati dopo il 2001: qualcuno ha la pelle bianca e i capelli molto chiari, qualcuno ha gli occhi a mandorla, qualcun altro ha i capelli ricci e la pelle nera oppure olivastra.

“Di dove sei?” ha chiesto l’agente proprio a uno di questi.

“Sono italiano”, ha risposto il ragazzo dalla pelle olivastra, con un tono di rassegnazione, come di chi si aspetta di non essere creduto.

Il poliziotto, abbassando gli occhiali da sole, ha insistito guardandolo da sopra la montatura:

“Di dove sei veramente, intendo.”

“Sono italiano. Sono nato a Trento, proprio al Santa Chiara”, ha detto il ragazzino, indicando la direzione dell’ospedale cittadino.

“Si, ma di dove sono i tuoi genitori?” ha continuato l’agente, evidentemente non soddisfatto dalla risposta del giovane.

“Sono tunisini”, ha risposto lui, dopo qualche esitazione, come se stesse confessando una malefatta.

L’agente ha così proceduto a controllare i suoi dati per capire se fosse davvero, oppure no, italiano come diceva.

In Trentino la popolazione straniera (cioè che non ha la cittadinanza italiana) è composta da 47.880 persone che rappresentano l’8,8% del totale dei residenti. Di questi, sono 2,009 i ragazzi tra i 15-19 anni che frequentano le scuole provinciali, parlano l’italiano come lingua madre, sono nati in un ospedale del territorio.

Eppure, sono de facto “stranieri”. Non soltanto perché la legge italiana sulla cittadinanza è tra le più arretrate d’Europa. Questo è solo l’aspetto più evidente della questione.

La legge (del 1992!) prevede infatti un’unica modalità di acquisizione dei diritti di cittadinanza chiamata ius sanguinis (“diritto di sangue”): un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano. Io stessa ne sono un esempio: sono nata in Iran da una mamma italiana e da un padre iraniano,  dunque ho avuto diritto a ben due cittadinanze sin dal primo giorno di vita, pur non avendo mai abitato in Iran. Privilegio del sangue.

Chi invece è nato e abita da sempre in Italia, ma da genitori stranieri, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e solo se fino a quel momento abbia risieduto qui “legalmente e ininterrottamente”. Quanto questa legge sia limitata e ingiusta è ormai cosa nota e discussa. Ciò che però non si discute abbastanza è un aspetto cruciale della questione: quello culturale.

La domanda “Di dove sei, veramente?” è emblematica in questo senso.

Ciascuno di noi porta dentro di sé un’immagine stereotipa di gruppi etnici, linguistici, religiosi, nazionali, che deriva a sua volta da una specifica storia biografica. In Iran, per esempio, ai profughi afghani sono negati diritti fondamentali, tra cui quello all’istruzione e alla cittadinanza, sulla base di una presunta inferiorità culturale del loro popolo.

Ma senza andare troppo lontano: alle donne dell’Europa dell’Est si affidano i lavori di cura e di pulizia, perché sono “donne mansuete”, ai neri i lavori di fatica “perché sono più forti e resistenti”, ai cinesi le attività che richiedono pazienza, rapidità e disponibilità H24 “perché sono operosi” e via dicendo.

Niente di strano: l’antropologia ci insegna che classificare l’altro è un processo comune e diffuso nella nostra specie. Siamo razzisti per natura?

Purtroppo sì.

Ma è arrivata l’ora di riconoscere che le nostre classificazioni sull’altro sono totalmente falsate, frutto di un’evoluzione troppo lenta del nostro cervello rispetto alle rapidissime trasformazioni sociali, economiche e culturali che hanno investito l’intero globo in questi ultimi decenni.

Banalizzare l’altro non può semplificare la vita in un mondo così complesso dove persone, idee, merci e conoscenze si spostano alla velocità di un aereo o di un click.

Prima di cambiare la legge bisogna dunque cambiare prospettive culturali.

Poliziotti, insegnanti, operatori sociali, cittadini tutti, devono pensare che “italiano” è chi vive e cresce qui, con tutte le super-diversità del caso. “Italiano è, chi l’italiano fa!” direbbe Forrest Gump.

Le elezioni comunali che si terranno il 20 e 21 Settembre devono essere un’occasione per scoperchiare il vaso di pandora di stereotipi di cui tutti siamo pregni, portando nella sfera pubblica il tema della città super diversa, quel tipo di città che non ha ghetti, che è inclusiva, che della diversità fa un uso consapevole e, perché no, anche intelligente. E’ l’occasione per smantellare tutto ciò che pensavamo di sapere sull’altro, ma che non abbiamo mai osato chiedere.

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