Lettera pubblicata sul Trentino del 10 agosto 2020.

Nel dibattito sulla scuola di questo ultimo periodo sento parlare spesso di “paura”. L’ossessione per un rientro in sicurezza, infatti, avrebbe a che fare con l’eccessivo timore da cui si lasciano pervadere gli adulti, mentre i bambini chiedono semplicemente di poter rivedere i loro compagni e non dover rinunciare – costretti dentro mascherine e spazi misurati – al loro modo spontaneo e naturale di rapportarsi agli altri.

Si tratta di opinioni molto condivise tra le famiglie, ma che forse rischiano di restare autoreferenziali nel momento in cui non si prendono in considerazione i diversi aspetti della questione.

Le ripercussioni psicologiche e sociali, in particolare tra soggetti fragili e a rischio, durante la pandemia, sono note ed è ormai appurato che le scuole sono rimaste chiuse anche troppo a lungo.

Allo stesso tempo i dati finora disponibili sulla diffusione del covid-19 tra gli alunni suggeriscono (ma le opinioni degli scienziati, anche in questo caso, non sono univoche) che i bambini si ammalano meno spesso degli adulti e non sono particolarmente contagiosi, mentre restano utili forme di distanziamento e utilizzo delle mascherine.

Dentro questo quadro la Provincia autonoma di Trento ha pubblicato alcune linee guida (criticate da più parti per la loro vaghezza) per una ripartenza in sicurezza a settembre, stanziando 45 milioni di euro (non sono poi tantissimi se pensiamo che lo stesso giorno 60 milioni sono stati accantonati per le Olimpiadi del 2023) a cui si aggiungerebbero fondi integrativi da elargire ai comuni per gli interventi in edilizia scolastica.

Gli scenari per la riapertura sono quattro, dal contagio zero all’alto grado di contagio.

A oggi in Trentino siamo al livello due, ovvero basso grado di contagio con conseguente situazione di attenzione.

Questo implica un ritorno a scuola in presenza, ma seguendo le indicazioni sanitarie contenute nel protocollo salute e sicurezza.

Dunque igienizzazione, sanificazione, aerazione dei locali, distanziamento e utilizzo della mascherina ma solo negli spostamenti.

Ma è davvero questo il problema? Davvero non possiamo tollerare che i nostri figli – in precisi contesti – possano adattarsi a una situazione temporanea che tuteli la salute, soprattutto degli adulti che restano i soggetti più a rischio?

Si tratta qui di soccombere a una generica “paura” o piuttosto di individuare una giusta via di mezzo per tenere insieme tutti i pezzi (sanitari, educativi, sociali etc.) del nostro vivere in comunità a prescindere dalle convinzioni personali in materia?

Lo dice bene Mike Ryan, Senior Advisor dell’Organizzazione mondiale della sanità:

“L’apertura delle scuole deve essere inserita in una strategia a lungo termine che comprende tutti i settori e i luoghi della comunità di appartenenza.

La scuola non può diventare terreno di scontro politico.

Dobbiamo mettere al centro l’interesse dei bambini, l’interesse educativo e quello sanitario. E dobbiamo basarci sui dati e sui rischi connessi al contesto specifico in cui sono situate le scuole.

Il problema da affrontare è appunto questo: la trasmissione del virus all’interno della comunità. Affrontare questo problema significa poter riaprire le scuole in sicurezza, come già è successo in alcuni Paesi”.

Il decisore politico, dunque, ha il dovere di mantenere un giusto livello di attenzione e precauzione, adattando le procedure di apertura degli istituti alla reale situazione pandemica. Pur nella grande confusione e contraddizione interna alla stessa comunità scientifica, è fondamentale non cedere a chiese o umori passeggeri.

È fondamentale lavorare sugli ingranaggi di un sistema che deve avere al centro la scuola e i bambini, ma che resta ampio e interconnesso.

Qui la paura non c’entra nulla, mentre è la fiducia nei processi democratici che non dovrebbe mai venire meno (la paura, se c’è, è piuttosto quella dei referenti politici, incapaci di aprire un dialogo costruttivo tra le diverse parti coinvolte per cercare soluzioni condivise e mediate).

Le maggiori criticità legate alla riapertura delle scuole non mi sembrano essere quelle determinate dagli “scenari”, purché i protocolli da seguire risultino chiari, praticabili ed equilibrati.

Il fatto è che nella scuola bisogna investire davvero, con uno sguardo al futuro.

Coinvolgendo e valorizzando chi la scuola la vive e la fa ogni giorno, facendo leva sull’autonomia delle istituzioni scolastiche anziché appesantire l’apparato burocratico con altre figure dirigenziali (i cosiddetti “ispettori scolastici”), lavorando sulla riduzione delle diseguaglianze e sul superamento delle fragilità educative, instaurando nuovi patti educativi tra scuola, famiglie e territorio. Usando bene i soldi a disposizione.

Questo significa mettere davvero al centro i bambini e le bambine e agire con coraggio.

Senza far finta che il problema non esista, senza nascondere la polvere sotto il tappeto. E senza strumentalizzare la scuola per fini politici e di consenso, rimandando a data da destinarsi scelte operative utili a garantire coesione e benessere di famiglie e comunità educante.

Le risposte da poco fornite in quinta Commissione consiliare sembrano andare, ancora una volta, in direzione contraria.

Maria Giovanna Franch, candidata al Consiglio comunale con Trento Futura

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